Santa Severina e il Museo Diocesano

Santa Severina non esiste. O meglio, non esiste un personaggio storico o agiografico di tal nome. Non esiste nemmeno una storia, una favola, una leggenda, qualcosa per alimentarne il ricordo. Esiste invece una città di tal nome; ed esistono sparsi qua e là, dall'Emilia alla Sicilia passando per la Puglia, alcuni simulacri, venerazioni, tracce evanescenti di culti che oggi appaiono sbiaditi fantasmi di ritualità codificate dal popolo e non dalla gerarchia. Il popolo: quello che costruisce le città, innalza i templi, si riconosce più nel titolo che nella storia. Storia che non è certificazione, semmai ricerca come vuole l'etimologia del nome; ricerca da molto tempo assopita nelle pieghe dell'assuefazione tranquillizzante di secoli e di nomi in molti lembi del nostro meraviglioso Paese. Dobbiamo credere a Giustiniano (Institutiones, 2, 7, 3) quando avverte senza ironia che nomina sunt consequentia rerum? Sembrerebbe di no. Ma lui aveva in mente la nominazione di tutte le cose imposta al primo di noi per validare il nostro potere su tutte di esse. Dagli esiti non propriamente felici.

Santa Severina esiste. Come realtà ontologica, anche se appare quasi un significato privo di significante. Di quali cose è conseguenza il suo nome? Di una città per l'appunto, nave di pietra sbarcata su una rupe tabulare, forse doppia in origine: una ad ospitare oggi il Castello; l'altra a contenere, nella sfacciata contrapposizione dei poteri nelle città medievali, un impianto urbanistico abitato da un gregge al riparo della più rassicurante presenza divina che non il signorotto di turno. Il gregge in cuor suo forse l'ha sempre saputo: più degli studiosi intenti a rincorrersi dietro un'erudizione a circuito chiuso: incapace perciò di avviarsi sulla strada della conoscenza, quindi della storia. Ha sempre saputo che questa non è una città medievale, anche se le somiglia molto. È una città romana; forse bruzia; addirittura preistorica se solo si volge lo sguardo verso Monte Fuscaldo, la rupe aerea, questa volta affilata, che la domina a occidente. Comunque la si voglia originata, la sua assoluta originalità è frutto di scelta consapevole. Nel Battistero se ne trovano le tracce evidenti: costruito con materiali di spoglio di un insediamento romano e tardo romano, il suo aspetto alto medievale ci fa chiedere oggi: le altre reminiscenza romane dove sono? Ci sono, a saperle e volerle cercare: iscrizioni su pietra, ad esempio. Non c'è da andare lontano, basta entrare nel Museo d'Arte Sacra per vederne un esempio indiscutibile. La presenza bizantina ha in qualche modo soffocato quest'anima, e forse anche l'altra anima longobarda, di cui pochi parlano ma che in qualche misura dovette essere presente, utilizzandola dove possibile per altri scopi. La costruzione del Battistero col massiccio anello interno di colonne, nelle quali il classico si mescola col barbarico in un insieme di suggestiva potenza, è la dimostrazione compiuta di questo abbraccio sincretico. Altrove, in città, la cultura e l'arte si fanno specialistiche, seguono modelli e correnti di idee, interpretano una vicenda territoriale perfettamente percepibile dall'alto della rupe, e dal basso delle interrelazioni socio economiche sviluppatesi nel tempo della sua vicenda documentale. Fra Sila e Jonio, senza sbavature.

Santa Severina esisterà. Non più solo nome e contenitore: ma qualcos'altro di nuovo portato da tempi e vicende impetuosamente nuove. Quel popolo capace di contenere la memoria mitica del suo insediarsi, non espressa ma sentita nelle fibre del suo esserci, va costruendosi involucri dai nomi vecchi e dai contenuti nuovi ove specchiarsi nella propria maturità culturale. Cos'è un Castello se non la prosecuzione magistrale d'un'idea di potenza in fieri, cui tutti si delegano rappresentanza organica? Certe volte magari arcigna: ma si sa, lo spirito dei tempi è volubile, solo nel lungo periodo si possono certificare le sue qualità. Cos'è un Museo d'arte sacra se non l'apoteosi tangibile di una comunità capace di ri-conoscere sé stessa nei meandri di una sua esistenza pregressa? Prima l'ho chiamata gregge, ora gregge non lo è più: la qualità del seme che ha sparso d'intorno, attraverso la ferma e nello stesso tempo umile personalità del suo curatore, Mons. Giuseppe Misiti, la rende certezza di un'esistenza senza incertezze. Le Muse, da cui Museo, erano figlie di Mnemosine, cioè della memoria: oggi riportata al suo concreto manifestarsi, qui ed ora. Non ci sono oggetti da vedere: semmai da vivere, nei quali trovarsi la parte del proprio orizzonte culturale. Dal seme la semantica; dall'oggetto la narrazione simbolica. Ognuno sarà capace di ri-costruirsi la sua dimensione. Solo così Santa Severina da significato diventa significante, per il tempo necessario al nostro esserci. Cioè per sempre. Tale la certezza del futuro: non scritto, però già codificato.

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